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Il caso della casa discografica Peppermint, dello studio legale di Bolzano e dei quasi 4000 utenti italiani coinvolti ha infiammato i forum dedicati al Filesharing.
Per riassumere brevemente, nelle settimane scorse 3636 utenti italiani si sono visti recapitare a casa una raccomandata da uno studio legale dell'Alto Adige (Studio legale Mahlknecht & Rottensteiner), in particolare dall'avv. Otto Mahlknecht, che si rifà al sito antipirateria.it.
Il tenore della raccomandata è quello di indicare l'utente come "colpevole" di aver condiviso all'inizio del 2006 su Internet materiale coperto dal diritto d'autore, in particolare alcuni files MP3 di artisti della casa discografica tedesca Peppermint.
La raccomandata poi, con toni che sembrano piuttosto minacciosi, propone di pagare entro pochi giorni una sorta di "balzello" di 330 euro a titolo di "parziale risarcimento", altrimenti verrà aperta una causa civile e/o penale nei confronti dell'utente (causa che invece partirebbe automaticamente ed indipendentemente da tale richiesta).
Tale cifra non è relativa a particolari sanzioni, ma è stata decisa autonomamente dallo studio legale, sulla base delle presunte spese per l'acquisizione tecnica delle informazioni. Inolte, tale cifra non chiuderebbe in alcun modo la possibilità che seguano altre richieste e/o cause.
Andando nei dettagli, la casa discografica avrebbe "monitorato" l'uso dei programmi P2P sulla rete da parte degli utenti tramite l'apposito software dell'azienda svizzera Logistep.
Più esattamente, ha raccolto gli indirizzi IP di chi condivideva tali files; ricordiamo infatti che con molti software di filesharing nel momento in cui si scarica un file lo si rende contemporaneamente disponibile in condivisione agli altri utenti.
Forti del fatto che un indirizzo IP collegato all'ora in cui è stato usato può essere associato al PC usato (o meglio alla linea telefonica del collegamento Internet), lo studio legale ha cercato di ottenere i nominativi degli utenti chiedendoli ai provider. Questi, giustamente, si sono rifiutati di fornire tali dati personali a dei privati (non appartenenti alle forze dell'ordine).
Lo studio legale allora ha fatto ricorso al tribunale di Roma, il quale avrebbe ritenuto a suo parere affidabile il metodo di raccolta dei dati ed obbligato quindi i provider a fornire quanto richiesto.
Da qui è partito il massiccio invio di raccomandate.
Ora, tutta questa procedura è parsa a tutti decisamente poco rispettosa della privacy dei singoli cittadini. Si creerebbe così, infatti, un precedente per cui un semplice privato possa ottenere dati personali dai provider, dati che appunto dovrebbero invece rimanere personali e dovrebbero essere forniti solo alle forze dell'ordine nel corso di un'indagine ufficiale.
A rendere ancora più cupa la faccenda, il fatto che la società che materialmente ha raccolto gli indirizzi IP risieda in Svizzera, stato in cui non valgono le leggi europee di tutela della privacy.
Inizialmente, sollecitate dagli utenti "colpiti", si sono mosse le associazioni dei consumatori, che hanno predisposto delle informazioni sui propri siti web ed hanno reso disponibili i propri sportelli sul territorio.
Quindi, hanno cercato di sensibilizzare il Garante della Privacy, perchè facesse luce su questa oscura operazione. Garante che, inizialmente, non aveva risposto.
Ora, a quanto riporta Punto Informatico, il Garante ha finalmente deciso di costituirsi in giudizio per accertarsi che le indagini condotte su migliaia di utenti italiani non abbiano violato le normative.
Scopo della mossa del Garante è appunto quello di verificare se l'acquisizione degli indirizzi IP prima, e il trattamento dei dati personali e dell'invio delle raccomandate poi, abbia rispettato tutte le normative sulla privacy.
Vi consigliamo di leggere l'articolo di Punto Informatico, in cui sono indicati i dettagli ma vengono riportati anche i pareri di un legale.
Infine, potete trovare informazioni sul caso visitando l'apposita sezione del sito P2PForum.
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